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La pesca con il bigattino in mare

Tecniche di pesca - La pesca in mare con il bigattino

La pesca con il bigattino in mare, risulta essere una interessante alternativa a tutte quelle esche tradizionali da mare che noi pescatori di acqua salata siamo abituati ad utilizzare, quali polpa di gambero decongelato, sarda, alici sotto sale, cozze, vongole, vermi di mare, gamberetti vivi, cafaletti vivi, ecc.. Questa esca da molti demonizzata per i più svariati motivi, è anche un'esca che consente in determinati periodi dell'anno di realizzare catture anche quando altre esche falliscono nel loro intento. Le dicerie riguardanti questa esca sono frutto della mancanza di conoscenza della materia.Vediamo di fare un po di chiarezza sull'argomento.

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Il bigattino si sviluppa da un uovo deposto dalla mosca carnaria sulla carne in putrefazione. La successiva fase di crescita del bigattino, riguarda la trasformazione che lo porta a diventare una pupa, il caster che viene utilizzato dai pescatori sia di acqua dolce che di acqua salata. Dopo questa fase il caster si schiude e diventa mosca. Numerosi studi medici hanno evidenziato come la larva di mosca non contenga, ne all'interno ne all'esterno sostanze nocive all'essere umano, eccetto per i soggetti allergici alla larvetta. La carica batterica del bigattino è infatti paragonabile a quella di qualsiasi altra esca viva. Per ciò che concerne invece la possibile emanazione di miasmi nocivi, va detto che le prove sperimentali condotte in laboratori specializzati, hanno evidenziato che l'esca in questione produce spontaneamente un secreto sterilizzante con funzione autoimmunitaria che gli permette di disinfettare la sostanza organica con cui viene a contatto, per un discreto raggio di superficie circostante. Il bigattino è un'esca che si conserva per lunghi periodi e, mentre d'estate si deve conservare in frigorifero (puzza un po di amoniaca però), d'inverno è possibile conservarla in un luogo fresco ed asciutto. Una conservazione corretta della larvetta consiste, qualora decidessimo di mantenerla in frigorifero, di porla in un recipiente di plastica aggiungendovi della farina di polenta in modo da fare stare le larvette belle asciutte: come si evince, l'umidità è un nemico perchè innesca il meccanismo di trasformazione da larva in pupa. Cerchiamo per cui di tenere i bigattini belli asciutti.

 

La larvetta può essere innescata su ami del 12/14 con un bigattino infilato sul gambo dell'amo, e altri due o tre penzolanti. Si usa anche innescata su ami del 16/20, innescata singolarmente, per vincere la diffidenza dei pesci più grossi, ma molto sospettosi, che reputerebbero i tre quattro bigattini innescati come poco naturali nei loro movimenti. Un'ultimo possibile innesco che spesso si può rivelare risolutore, vede innescati più di quattro bigattini su di un amo del 10/8, la cosidetta mazzetta. Una diceria riguardante tale esca, accusa i bigattini di divorare il pesce dall'interno o di attaccarli dall'esterno.....Quando peschiamo con la larva, solitamente la usiamo sia per pasturare sia sull'amo. Le larve gettate in mare che si depositano sul fondo, per alcuni minuti presentano una frenetica attività in acqua salata, nonostante essa si trovi fuori dall'ambiente abituale in cui cresce e vive. Il bigattino non è affatto una larva assalitrice, e si nutre per cui solo di organismi morti, per cui è letteralmente impossibile che attacchi la fauna ittica, specialmente in un ambiente naturale che non è il suo. Per ciò che concerne invece il fatto che divori i pesci dall'interno una volta che è stata ingerita, è totalmente fuori discussione poiché nello stomaco dei pesci c'è una cosuccia chiamata succo gastrico che distrugge le larvette nel normale processo di digestione.

 

Capita a volte di trovare nelle interiora dei pesci qualche bigattino vivo, ma sono quelle larve ingoiate dal pesce poco prima di essere allamato, per le quali i succhi gastrici non hanno avuto il tempo di compiere il loro lavoro. Basta guardare con più attenzione per trovare invece dei bigattini morti, probabilmete ingeriti abbastanza prima della cattura per i quali i succhi hanno fatto già il loro lavoro. Poiché questa diceria ha spopolato tra i pescatori, qualche buon ricercatore si è preso la briga di fare degli studi scientifici sull'argomento. L'organo che ha commissionato la ricerca è stato l'Anpre, (Associazione nazionale produttori rivenditori esche) con la supervisione scientifica dell' Istituto di Zooculture dell'Università di Bologna. Il test è stato fatto sottoponendo alcuni pesci di allevamento, alimentandoli parte con pellets di farina di pesce e altri con il semplice bigattino, il tutto per 6 mesi. L'analisi delle acque effettuata ogni 15 giorni, ha sempre evidenziato la mancanza di azoto e di fosfati, una discreta quantità di ossigeno disciolto ed un ph neutro, mentre l'analisi del sangue effettuata su dieci pesci delle due differenti vasche, ha dimostrato che i paramentri ematici, epatici ed enzimatici erano nella norma per i pesci allevati nella vasca del bigattino, e leggermente alterati negli altri. Il controllo bisettimanale dello stato di salute generale dei pesci (colore, sopravvivenza, dimensione e peso), ha dimostrato che gli esemplari allevati a pellet hanno avuto un incremento di peso leggermente superiore agli altri e la mortalità, in seguito ad una infezione da saprolegna,(una malattia cutanea che in genere contraggono gli avannotti negli allevamenti, che si manifesta solo in seguito a carico della pelle, sulla quale si manifestano delle escoriazioni a volte mortali) è stata leggermente inferiore negli esemplari allevati con bigattini, anche se non era possibile somministrare loro un cibo medicato come si è solito fare con i pellets. Non è mai stata riscontrata la presenza di bigattini ne di ferite nello stomaco dei pesci morti successivamente sottoposti ad autopsia. ( Tratto da Pescare Mare N°3, Marzo 2010). Personalmente guardo alla larva di mosca carnaria come una efficacissima esca viva, che differisce dal gamberetto vivo solo per il fatto che la sua reperibilità risulta molto più immediata, dato che ogni negozio di pesca che si definisca tale ne ha quasi sempre una bella scorta nei suoi frigoriferi. Senza ombra di ogni dubbio il bigattino rende bene con tantissime speci ittiche che popolano le nostre coste, come ad esempio cefali, rigatini, ombrine, saraghi, anguille, orate, corvine e spigole.

Proprio queste ultime sono molto attratte dalla larva di mosca carnaria. Sostanzialmente si tratta di una pesca fatta a bolognese, da scogliere naturali o artificili, e perchè no, anche da porti, ove il suo impiego sia consentito dai regolamenti della Capitaneria di Porto. Si raccomanda quindi, prima di utilizzarla, di verificare se il suo impiego sia vietato o meno, nel luogo di pesca dove vogliamo recarci a pescare. Detto questo passiamo ad analizzare l'attrezzatura da utilizzare. La canna è una bolognese della lunghezza di 6 o 7 ml, adatta a lavorare con finali a volte molto sottili, dello 0,12/0,14. Di solito è buona norma recarsi a pescare con nella sacca una canna da 5 ml, una da 6 ml, e una da sette o otto metri. La scelta della marca e del tipo di azione della canna è soggettiva. La daiwa produce canne molto indicate per tale pesca, quale la team daiwa italy advanced serie “strong”. Altre due canne molto indicate per tale pesca sono ad esempio la maver spring plus o le bolognesi shimano ad azione 4 su tutte l'Antares e la speedmaster: la scelta della canna comunque non è facile poiché per questa tecnica di pesca abbiamo bisogno di un attrezzo adatto ad opporsi a pesci anche di svariati chili di peso, molto combattivi, con finali che vanno dal 0,12 al 0,16. La lunghezza è relazionabile al tipo di luogo in cui ci si reca più spesso a pescare. Ad esempio da scogliera la 7 ml garantisce un controllo in fase di recupero di un grosso pesce che una 5 ml non può garantire, di contro con vento sostenuto non è il massimo poiché l'attrito creato dal vento sul fusto della canna ci impedirebbe di pescare correttamente. Di qui l'esigenza di recarsi a pesca con canne di diversa lunghezza, se le abbiamo a disposizione. Il mulinello per eccellenza risulta essere il Mitchell full controll 2007 o Omega, ideale poiché dotato di leva azionabile con l'indice della mano destra, che consente di controllare la frizione e quindi il rilascio del filo con la stessa mano che sorregge la canna: tale azione è comoda soprattutto se ci si reca a pescare nella maggioranza dei casi da soli. In bobina conviene utilizzare un filo resistente ma allo stesso tempo il più trasparente possibile, quale il fluorine della Tubertini dello 0,16/0,18. Il fluorine è un filo eccezionale e unico per le sue caratteristiche, dotato di un elevato carico di rottura e di una trasparenza in acqua inferiore solo a quella del fluorcarbon al 100%, ma con un carico di rottura di molto superiore a quest'ultimo. I Galleggianti utilizzabili sono quelli da normale passata: i migliori sono quelli a pera che offrono una tenuta migliore alla corrente marina. Qualora si dovesse pescare su fondali importanti 10/15/20 ml, allora si possono montare gli stessi galleggianti ma con l'ausilio dei ciuccietti della Stonfo, gia descritti nella montatura della pesca della spigola. Normalmente un galleggiante da 2,3,4 gr dovrebbe essere sufficente, tranne particolari situazioni di pesca relazionabili alla profondità del luogo di pesca e alla corrente presente.

 

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Come mostrato dagli schemi sulle montature, si può vedere che la base è una spallinata di piombini piuttosto piccoli, che formano quasi una catena. E' interessante notare come un 60% del peso della lenza sia collocato nella parte superiore della stessa, mentre il restante 40% sia collocato a livello inferiore. Ciò conferisce all'esca un movimento più naturale, considerando però che il bigattino deve rimanere costantemente adagiato sul fondo.

 

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Il finale della lunghezza variabile tra 1,00 e 1,50 ml deve per un 80%-90% adagiarsi sul fondo, e questo è il segreto per poter effettuare catture importanti. L'unica eccezione è rappresentata quando ci rechiamo a pescare in un fondale roccioso o su di un fondale ricco di detriti che potrebbero compromettere l'integrità del nostro finale: solo allora siamo costretti ad alzare le larvette di quel tanto che basta per non incagliare. Per regolarsi con la pasturazione a base di bigattini, si usa nella maggior parte dei casi una fionda: una volta stabilita la direzione di percorrenza della corrente, si cala la lenza e si pastura a monte del galleggiante con una fiondata di bigattini. Più la corrente è importante, più la distanza tra il galleggiante e la caduta dei bigattini in acqua deve essere maggiore. Di solito all'inizio si tira una fiondata ogni passata del galleggiante o ogni due, dipende se nella zona il pesce è stato abituato alla pasturazione del bigattino. Una volta avvistate le prime affondate del galleggiante, vuol dire che il pesce è stato attirato in pastura: una fiondata ogni due passate ora può bastare, e se il pesce continua a mangiare si continua a pasturare con regolarità. Quando le abboccate si fanno più rade allora è il momento di fermarsi con la pastura: può sembrare un controsenso ma se continuiamo a pasturare in questa situazione saziamo completamente i pesci e li perdiamo dal nostro giro di pastura. Se ci riflettete un attimo ciò è anche logico. Tutte queste informazioni sono molto puntuali e sono il frutto di tante uscite a pesca, per cui seguirle alla lettera almeno all'inizio è auspicabile per il principiante. Non chiedetevi il perchè e il percome o non cercate di adattare tali informazioni secondo il vostro gusto: non fatelo almeno all'inizio. Anche io ho dovuto fare così, cioè ho seguito alla lettera le informazioni avute da gente che ha maturato lunga esperienza nel campo della pesca in mare, gente straordinaria che ho tuttora la fortuna e la gioia di frequentare e di cui ho profonda stima.